Duellanti in Via Castellana Bandiera

16 Nov

Via Castellana Bandiera | di Emma Dante | con Alba Rohrwacher, Elena Cotta, Emma Dante, Renato Malfatti | Italia 2013

Via-Castella-Bandiera-Emma-

di valentina t. gelmetti

Sarà stata l’aura da star radical-chic della regista, o quel suo ego massiccio che prima le fa scrivere un libro (appunto Via Castellana Bandiera, Rizzoli 2008) e poi glielo fa tradurre per il grande schermo, ma insomma si era guardato a Via Castellana Bandiera – il film – con qualche pregiudizio. Sbagliando, però, perché il risultato finale è uno dei titoli più convincenti del cinema italiano per questo 2013. Imperfetto quanto interessante, come solo le opere prime sanno essere.

Equilibrista sicura tra le sale underground siciliane e i palcoscenici scaligeri, la “diva palermitana” Emma Dante è riuscita in questi anni a “ritagliarsi un posto privilegiato nel panorama teatrale italiano contemporaneo, strizzando l’occhio al pubblico e, parimenti, alla benevolenza delle avanguardie”. Con queste parole Giuseppe Paternò di Raddusa di Filmidee – uno dei pochissimi recensori di cinema sul web che sembra conoscere la produzione scenica della Dante – bene fotografa l’acclamata mettrice en scène: una doppia anima popolar-sperimentale, quella della Dante, che nel passaggio alla settima arte si è però come sgonfiata da pastiche visionari e barocchi, perseguendo una messa in scena essenziale e una rigorosa identità realista.
E il giudizio in rete è unanime: tutti, indistintamente, a sottolineare l’originalità e la riuscita metafora della storia. Un duello insensato ed estenuante tra due donne al volante che, testarde nel non lasciare all’altra il passaggio, si fa immagine perfetta dell’immobilismo della nostra italietta. Da Federico Gironi di Comingsoon che parla di “metafora di una società che pare non trovare più né vie d’uscita né tantomeno umanità” a Marzia Gandolfi di Mymovies che ragiona su un “paese bloccato e incapace di ripartire, se non in direzione della collisione e del suo esito sciagurato”, in moltissimi hanno messo in luce le sfumature allegoriche di questo quadro potente e diretto. Quadro che si è riuscito a comporre – aspetto, questo, invece totalmente ignorato dai blogger – grazie a un deciso lavoro di distillazione della pagina scritta: fuori tutto il materiale in eccesso con le sue apocalittiche piogge di vermi, le vendette a colpi di escrementi di cane per la strada, oltre ai didascalici inquadramenti psicologici attraverso il passato dei personaggi, per approdare a una narrazione filmica essenziale fatta di un’unica immagine-metafora di raro concentrato simbolico.

Un’immagine-metafora dall’evidente sapore western. C’è il tema del duello, ma anche la valenza espressionistica del paesaggio, di questa via-budello che, in maniera opposta al genere, è senza orizzonte, chiusa, opprimente, senza un mito da raggiungere. E poi colpisce la pennellata documentarista, vivida e perfetta, della Dante, di precisione chirurgica nei dettagli delle piastrelle sbeccate, delle vestaglie a fiorellini, delle bocche fameliche grondanti di nero di seppia, del grasso debordante dalle canottiere: “il fascino per quella realtà fatta di comari urlanti, vecchi capo-famiglia e improvvise aggregazioni filo-mafiose c’è ed è grande” scrive Stefano La Rosa di Film Up. Eppure in diversi hanno parlato di stereotipi (Best Movie, o Sentieri del Cinema: “possibile che siano tutti brutti, sporchi e cattivi?”); a noi pare piuttosto che Emma Dante conosca visceralmente la sua terra e proprio per questo sia riuscita a cogliere come pochi altri (e pensiamo a Daniele Ciprì e al suo È stato il figlio) questa “mediterraneità decadente”, per rubare l’espressione del già citato Gironi di Comingsoon.

Resta però un paradosso: quest’immagine-metafora è così potente che finisce col cannibalizzare la storia stessa. Da Film Up a OndaCinema, si fa notare da più parti come il film, esaurita la potenza visiva-allegorica della prima fase del duello, non riesca a svilupparsi secondo un’architettura narrativa forte: dopo un inizio teso e dirompente, si avverte una certa lentezza, un calo di ritmo come se l’idea non riesca a reggere appieno sulla lunga distanza: “Fosse stato il soggetto di un cortometraggio, ne avrebbe garantito la perfezione” sentenzia ancora giustamente Giuseppe Paternò di Raddusa su Filmidee. Ma del resto, come si diceva in apertura, Via Castellana Bandiera è un film imperfetto quanto interessante.

Nota finale: presentato al Festival di Venezia, Via Castellana Bandiera è stato premiato con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile di Elena Cotta. Tra tutti gli aspetti quello meno degno di nota, probabile risultato di una spartizione a tavolino della giuria presieduta da Bertolucci: peccato che, insieme a Ferruccio Gattuso di Yahoo! Cinema, siamo tra i pochi a pensarla così.

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