Animali in cerca di un senso: gli insegnanti di Cosimo Argentina

3 Mar

Per sempre carnivori | di Cosimo Argentina | minimum fax 2013

Cover_Argentina

di diego stefanelli

La saggezza, il “lato epico della verità” (Benjamin), ha certo abbandonato il mondo ritratto da Cosimo Argentina nel suo ultimo libro, Per sempre carnivori. Se la saggezza è assente, lo è anche la possibilità di tramandarla: Polonia, Mako, dentuso e gli altri insegnanti dell’Istituto Tecnico Nuova Caledonia, non hanno nulla da insegnare, nulla da tramandare ai propri allievi. Polonia (la voce narrante) dovrebbe insegnare diritto, ma non ha la minima fiducia nelle possibilità del genere umano di darsi regole giuste: “è il branco che fa giurisprudenza”. A loro volta, essi non hanno mai voluto imparare nulla (“da Omero non avevo imparato nulla” dice Polonia “perché primo lui non aveva niente da insegnarmi e secondo io non avevo nessuna voglia di imparare”) e, anche volendolo, non hanno nessuno da cui apprendere: l’unico anziano del romanzo, il padre di Leone Polonia, è sprofondato, dopo la morte della moglie, in una pazzia terribile e inarrestabile.

I tre passano il loro tempo scorrazzando per la provincia tarantina, passando da un amplesso all’altro, annegandosi in ubriacature infinite e sempre uguali, finché si inguaiano e finiscono male.

Come è stato detto (si veda Francesco Morgando, su L’Indice), gli insegnanti di Argentina sono cattivi maestri: non c’è differenza tra loro e gli studenti. Sono tutti carnivori, hanno tutti la stessa fame: ma di cosa? Si sa, i carnivori mangiano carne per sopravvivere. Anche i protagonisti del libro cercano carne. Non per la sopravvivenza alimentare, ma per quella esistenziale: per un disperato e ultimo tentativo di relazione (ne ha accennato Alessandra Costantiello). L’altro è allora toccato, violato, “trivellato”, picchiato; l’altro è carne divorata di fretta, disperatamente. Ogni personaggio ha bisogno dell’altro ma allo stesso tempo è dall’altro terrorizzato: e allora ci si viola a vicenda, il più velocemente possibile, di sfuggita. Poi si tace, non ci si guarda neppure, per paura di scoprire negli occhi dell’altro gli stessi baratri. Amarsi significa “abbattersi a colpi di carne”. “Avevamo voglia di fare l’amore” dice Polonia, a un certo punto “e lo facevamo nel modo peggiore esistente in natura. Lo facevamo trascinandoci dietro ognuno i propri incubi”.

Molte recensioni hanno notato la particolarità della lingua del libro: “chiacchera ossessiva, gergale, semi-afasica, che di tutto si nutre febbrilmente” (Filippo La Porta); “una lingua mescidata, espressionista e di ricerca, generosa di espressioni gergali e dall’andamento scomposto, che rincorre continuamente il sound di un italiano vivo” (Morgando); “una lingua carica di neologismi, parole rare, tic retorici, che strappa risate nonostante eccessi di maniera” (Alessandro Beretta su La Lettura).

In effetti, attraversano il libro fasci di metafore, strati di isotopie che si incrociano, si ripetono ossessivamente, si variano, rendendo coerente e compatto (e quindi sostanzialmente riuscito) il mondo (ri)creato da Argentina. Ci si potrebbe perdere in vertiginose schedature delle metafore più ricorrenti: limitiamoci a segnalarne due. La prima è quella militare: una strategia di attacco, fuga, contrattacco domina i rapporti umani. Lo stesso rapporto tra alunni e insegnanti è all’insegna della continua guerra: “entrare in classe era come stabilire un patto d’onore coi legionari acquartierati in una trincea durante una battaglia”.  La seconda serie di metafore compare implicitamente già nel titolo: i personaggi sono, quasi a ogni pagina, paragonati ad animali. Un bestiario disumanizzante, con carnivori (leopardi, varani, squali,) erbivori (giovenche, tori), insetti e parassiti (vermi, scarafaggi, ossiuri, ragni, locuste). Vi è una progressiva trasformazione del ruolo dei tre protagonisti nella catena alimentare: da carnivori a erbivori, da predatori a prede, inesorabilmente: “ci siamo caduti dentro come tre polli…altro che predatori!”, dice Polonia verso la fine.

Gli umani di Argentina sono animali non tanto nell’aspetto, quanto nelle azioni: come gli animali, gli uomini qui agiscono senza la minima capacità di dare un senso a ciò che fanno. Si accoppiano per accoppiarsi, si uccidono per uccidersi. “Un mammifero che succhia la lingua a un altro mammifero ed entrambi si strofinano le trippe uno contro l’altro. Che senso vuoi dargli?”. La differenza, però, è la solita di sempre: gli esseri umani, animalizzati quanto si voglia, anelerebbero pur sempre a un senso. Capita allora che i personaggi del libro aspirino talvolta a dare un significato alle proprie vite. Ma il senso è sempre invocato come qualcosa di lontano, irraggiungibile, perso per sempre. È la linea dell’orizzonte che talvolta Polonia si ritrova a interrogare, senza sapere bene che domande fare: “cosa diavolo c’è oltre l’orizzonte? Perché noi ce ne stiamo sempre su un versante delle cose?”.

L’intera narrazione è un tentativo di attribuzione retroattiva di senso: come ha ben scritto Lorenzo Mecozzi  “il narratore carica il racconto retrospettivo del compito di trovare un senso al suo finale”. Perché sta narrando Leone Polonia? Quasi morto per il pestaggio subito, sulla sabbia, con la testa di Mako a due passi, Polonia comincia a raccontare la serie di eventi che hanno portato lui e i suoi compari in quella situazione. Per lo più narra per se stesso; talvolta chiama in causa i compari, sapendo che non gli possono più rispondere. È come se un dannato dell’Inferno (e non pochi sono i tratti infernali del libro, a cominciare dalle aule “bolge” del Nuova Caledonia) cominciasse a narrare la sua storia agli altri dannati, senza un vivo che lo ascolti. È una narrazione dell’ultima ora, dell’ultimo istante: il lettore, capitombolato in medias res, sa da subito come è andata a finire, ma vorrebbe capire (e con lui il narratore) perché è andata come è andata. E allora il narrare, qui, è l’ultima domanda di senso a un’esistenza insensata. La stessa lingua, con tutte le sue violenze e i suoi tic (sulla cui effettiva funzionalità ha espresso qualche dubbio Angelo Guglielmi) si spiega, più che come mimesi di una certa realtà degradata, come ultima via di fuga da quella. “Urlo la mia felicità per l’esistenza di mondi paralleli che mi permettono di fuggire dal mio”, dice Polonia, distrutto e vicino alla fine. In realtà, egli non si è inventato un mondo alternativo; ha solo rielaborato il suo attraverso l’unico strumento che ha avuto a disposizione: le parole. Polonia si inventa selvaggiamente neologismi (per lo più verbali) e metafore: è il suo ultimo grido, appunto. Almeno con le parole vorrebbe sentirsi libero: “tanto quelle non costano nulla e, come sassi, pesano, ma puoi sempre camminarci su in qualsiasi circostanza”.

Proprio l’uso della parola, allora, consente a Polonia – uomo animalizzato – di riscoprirsi umano: solo alla fine, però, quando tutto è già stato inesorabilmente vissuto.

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