Massimo Gardella tra senso della indagine e girovita importante

26 Gen

Chi muore prima | di Massimo Gardella | Guanda 2013

Cover_Gardella

di diego stefanelli

 Siamo in tempi di crisi, si sa, e la crisi ormai è diventata anche un genere narrativo molto vasto, ma dai tratti abbastanza riconoscibili. Romanzo di crisi è anche quello di Massimo Gardella, popolato da adolescenti che si suicidano senza apparente motivo, bulli di quartiere che vagano come demoni nella pianura pavese. Il paesaggio è appunto quello di Pavia e dintorni: più che non-luoghi, luoghi-non-più-pieni. Antichi e anticamente umanizzati, appaiono come svuotati: gli uomini vi si muovono spaesati, sempre in macchina, passando da una cascina all’altra.

Il romanzo dovrebbe dirsi un giallo e il suo eroe dovrebbe quindi essere l’Ispettore, in quanto garante del Senso, ordinatore degli eventi e loro risolutore. In realtà, Remo Jacobi (già protagonista del romanzo precedente di Gardella, Il male quotidiano, Guanda 2012) è uno dei tanti ispettori in crisi dei nostri tempi, un “un pessimo poliziotto”, come l’ha definito lo stesso Gardella su La Stampa TV. La struttura del libro vive della tensione tra sensato e insensato: si indaga su suicidi come fossero stati omicidi, e non solo per prassi burocratiche. È come se i personaggi, l’autore e lo stesso lettore desiderassero un colpevole, una trama che standardizzasse (e quindi spiegasse) qualcosa che invece la rifiuta. È il conradiano heart of darkness, citato in epigrafe. Lo stesso che instilla il dubbio dell’inutilità dell’indagine in Borghesi, il vice ispettore, che anela a prendere il posto di Jacobi. A volte, egli è costretto a ritrovare in se stesso, suo malgrado, “parte del cuore di tenebra del superiore”. E allora “che senso ha indagare?”, si chiede alla fine delle ricerche. Come si può accettare che cinque adolescenti si suicidino senza ragione? Jacobi e Borghesi le cercano, queste ragioni, indagano, congetturano. Le trovano anche, ma con esse non ottengono il sollievo che ne conseguirebbe. Non c’è catarsi. La Verità inabissa ancora di più nell’assurdo chi l’ha trovata.

Crisi dell’ispettore, paesaggio depresso, rapporti impossibili tra generazioni, incomunicabilità tra personaggi: di questi temi, variamente combinati, hanno parlato alcune recensioni apparse sul web (Raffaella Calandra; Eleonora Zucchi per doppiozero; Luca Crovi per Satisfiction; Pietro Cheli). Ci si chiede, però, se per giudicare un romanzo di crisi (come questo è a tutti gli effetti) sia sufficiente limitarsi a elencarne i temi (peraltro ormai diventati quasi di genere). Non sarebbe forse meglio indagare (e quindi valutare) soprattutto come la crisi vi sia stata rappresentata? Con quali mezzi, per esempio, con quale lingua? Con quale stile? Insomma, si sa: raccontare la crisi è un hobby ormai pluridecennale in Italia (si veda, sull’argomento, il recente libro di Dario Tomasello), ma si dovrà, prima o poi, riuscire anche a esprimere un giudizio di valore sui modi e le forme di questo raccontare.

Nel nostro caso, per esempio, a dispiacere nel libro di Gardella è proprio una certa pigrizia stilistica. Spesso ci si imbatte in frasi fatte, in iuncturae giornalistiche, che sembrano inconsapevolmente subite più che volute. Le famiglie “sbarcano il lunario” (p. 17), i pensionati “non arrivano a fine mese” (p. 29). Una signora, alla bocciofila, ha un “girovita importante” (p. 75). Il nonno di uno dei suicidi è, prevedibilmente, “un povero cristo” (p. 76) e suo figlio “uno scoppiato, un tossico” (p. 83). Jacobi, poi, sempre in procinto di dimettersi, non ha voglia di passare la vecchiaia tra “gente ammazzata e umanità allo sbando” (p. 38); talvolta si chiede se sia meglio “seguire le sensazioni di pancia più che del cervello” (p. 42). In un momento centrale della storia (Jacobi, parlando con Teresa, precariamente scampata a un tentato suicidio, crede di vedere l’immagine della figlia Sofia, annegata anni prima nel Ticino) l’ispettore vorrebbe scappare da Teresa, o meglio, come si legge, “fuggire a gambe levate da lei” (p. 101). Dopo la visione della figlia, Jacobi si rifugia in un bar e l’autore (evidentemente ritenendola una notizia fondamentale) ci informa del fatto che qualcuno, entrando, avrebbe potuto scambiare l’ispettore per “un adepto del demone della bottiglia” (p. 102). Il rischio di quella che si è detta pigrizia stilistica è che essa si trasformi in pigrizia intellettuale: il ricorso a frasi preconfezionate comporta spesso una generale banalizzazione del pensiero. Per descrivere la crisi di Jacobi si ricorre alla solita “depressione cronica”, si allude a un rischiato “sconfinamento nella follia” e gli incubi dell’ispettore si dicono, nel modo più deterministico possibile, “indotti dal senso di colpa per non averla [la figlia] sottratta alla corrente del fiume” (p. 103). Tormentato e distrutto, Jacobi ha una sola certezza: quella di stare per “uscire di zucca” (p. 117). Può davvero descriversi così l’heart of darkness? Non bastano le varie metafore “che attingono a immagini meccaniche, oggetti spinti da cause esclusivamente efficienti”, notate da Eleonora Zucchi: dati i contenuti del libro, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più.

Dispiace, allora, in Chi muore prima, proprio il contrasto tra una concezione complessa dei rapporti umani, una consapevolezza della problematica insensatezza del vivere e una scrittura talvolta banalizzante, che impedisce al romanzo di fare quel salto di qualità che gli avrebbe consentito di essere quel che sarebbe potuto diventare.

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