Le fondamenta instabili del castello di libri di Ermanno Rea

20 Mar

Il sorriso di don Giovanni | di Ermanno Rea | Feltrinelli 2014

Il sorriso di don Giovanni

di pierpaolo gallucci

Salutata con entusiasmo l’ultima prova dell’ottantaseienne Ermanno Rea, Il sorriso di don Giovanni. Ragioni di spazio ci obbligano a drastiche sintesi, ma si guardino Antonio Capitano sul suo blog ospitato dal Fatto, Paolo Di Paolo per La Stampa, Graziella Pulce per Alias, supplemento del sabato al manifesto: citazioni di frasi per le quali si vaticina vita assai lunga, come “I buoni libri moltiplicano la tua vita” (Capitano) e “io so che vivendo di libri e per i libri navigo su una zattera che non affonderà mai” (Di Paolo e Pulce), paragoni del personaggio principale a quelli immortali della letteratura (Capitano), recise smentite che questo possa essere un generico apologo sul leggere mentre anzi la sua protagonista risulta così viva da sembrare di averla accanto (Di Paolo), tentativi di identificare in lei tutta letture e nel suo fidanzato poi abbandonato vocato alla militanza nel Pci il distacco tra politica e cultura (Pulce).

A Francesco Erbani su Repubblica l’ottuagenario autore dichiara che quest’idea di personaggio femminile gli è venuta quando presiedeva la Fondazione Premio Napoli, in un comitato di lettura c’era una donna che diceva di aver iniziato a divorare libri ancora adolescente. Tuttavia “In Adele c’è anche la mia piccola, mediocre storia di lettore. Adele ama i libri che ho amato io”. I brani citati supponiamo abbiano costituito i documenti da legare insieme, seguendo un procedimento analogo a quelli dei suoi più celebri libri di ricostruzione giornalistica romanzata.

Questo invece è d’invenzione, dopo Fuochi fiammanti in un’hora di notte, del ’98, e uno dei due racconti del volume La comunista, 2012, quello del grecista Lucio Ammenda e della sua biblioteca. Il tema apparve già nel ’94 in Mistero napoletano con la sterminata mole di libri riunita dall’avvocato Gerardo Marotta, che purtroppo di recente ha iniziato a essere smembrata. Senza risalire alla Francesca di Mistero napoletano, una figura femminile impegnata l’avevamo notata nella moglie del protagonista di La dismissione, 2002, sulla fine dell’Italsider di Bagnoli, a sua volta storia originata da documenti e appunti raccolti intervistando un personaggio con molto da dire, medesima tecnica da cui è nato nel 2007 Napoli ferrovia, in cui Rea dialoga spesso di notte nei paraggi di piazza Garibaldi con un cinquantenne neonazista italo-venezuelano assetato di giustizia sociale e ci confida i propri rovelli sul ritorno nella città natale dopo decenni.

In disparte Matteo Marchesini, sul Sole 24 ore del 16 febbraio. Lui definisce la narrazione in prima persona della protagonista “racconto autobiografico, dove il miscuglio di stenografia giornalistica e patina aulico-scolastica si giustifica come stile adeguato alla pretenziosa cultura del personaggio”.

Prima di dire la nostra su Il sorriso di don Giovanni abbiamo sfogliato buona parte di ciò che Rea ha scritto: quando investiga, da giornalista con decenni di mestiere, mette insieme documenti che si fanno leggere e funzionano anche sul terreno lessicale e sintattico, pur con stonature di scrittura che non riferiremo per non far pesare quelle che potrebbero apparire troppo come nostre insofferenze (mentre Rea in luogo di “insofferenza” usa “idiosincrasia”): citeremo ancora La dismissione, dove appaiono quelle “bramme” non sfuggite a Corrado Stajano nella sua recensione per il Corsera dodici anni fa, e Mistero napoletano con le congetture cui Rea giunge, per quanto sulla vicenda di Francesca Spada e Renzo Lapiccirella il giudizio sul Pci staliniano-amendoliano di Napoli degli anni ’40-’50 possa finire a occhi superficiali per rischiare di risolversi in una liquidazione, da severo e senza reticenze come anche noi riteniamo debba essere.

Con le numerose citazioni e i loro autori dichiarati o occultati lasciamo se la sbrighi il lettore. Per parte nostra non ci hanno toccato il vecchio libraio nel cui negozio la protagonista impara a coltivare la bibliomania, la casa-biblioteca di cui passati i trenta e decidendo – con una scelta di quelle che per assolutezza mineranno la credibilità del libro – di non sposarsi e non avere figli diventa la vestale, i suoi apocalittici interrogativi notturni sulla fine della letteratura da molti notati senza riferire anche delle certezze diurne secondo cui accompagnerà l’umanità fino alla fine del suo tempo. Né, oltre alla protagonista, nella quale pure sembra si sia immedesimata almeno una lettrice, il suo fidanzato-militante-funzionario Pci, il collega di facoltà omosessuale, il boss camorrista del Rione Sanità: non arrivano a essere nemmeno stereotipi. A reggere pochi dialoghi, poche scene. Assenti gli spostamenti: con la testa ai libri la dimensione del viaggio qualcosa dovrebbe pur produrre quanto a voglia di scriverne, eppure nonostante la protagonista viaggi in treno dall’entroterra napoletano al capoluogo per andare all’università e d’estate villeggi a Maiori in costiera amalfitana a noi non è concesso sapere nulla, di questi luoghi come dei tragitti per raggiungerli, i personaggi materializzandovisi all’improvviso come fantasmi. Assente la storia: strano che al gruppo di giovani appassionati di politica frequentato nel corso degli anni ’70 la musica non interessasse almeno un po’, ed era il tempo di Pink Floyd, Genesis, King Crimson, Banco di Mutuo Soccorso e Area, pescando a caso; che non fossero anche soltanto sfiorati dalla diffusione degli stupefacenti, e invece non gira nemmeno uno spinello; e che in anni di liberazione sessuale e femminismo combattente tutto si riduca ai morigerati incontri con il fidanzato e a un tradimento: tutto questo manda a picco il libro senza frasi da virgolettato che tengano. E troppi i buchi nella ricostruzione del quadro politico. Rea ci riferisce del brigatismo attraverso un altro ritratto in questa galleria di suoi personaggi vaghi, ma nemmeno un dialogo che dia conto della posta in gioco all’epoca, perlomeno sulle riviste letterarie visto che è la letteratura l’oggetto. E poi diamine, la protagonista si iscrive alla facoltà di Lettere di Napoli nel 1977, e di lotte studentesche e cortei, non di Autonomia operaia o dei fischi a Luciano Lama alla Sapienza, nulla. Dal nulla appare per subito risparire Pasolini. Nulla su neofascismo, stragi, tentati golpe, Capi dello Stato costretti alle dimissioni, logge massoniche.

Sarebbe stata una storia diversa: a Rea interessava dire altro collegando i nodi del suo racconto con linee rette, si obietterà. D’accordo, ma se è così questo effettivo restarsene fuori dalla storia della protagonista ci sembra disintegri riducendola a mera enunciazione di principio la tesi fondamentale di questo volumetto, nonostante le smentite di Di Paolo secondo noi proprio un apologo, che teorizza un lettore il quale per effetto del proprio divorare libri rovescia regimi. Non la neghiamo in sé, ma la vediamo tradotta a un ritorno a quelle avanguardie borghesi senza seguito popolare adombrato dallo stesso Rea rievocando gli sfortunati rivoluzionari napoletani del 1799; seguito che invece ebbe il cardinale Ruffo. Quanto al livello polemico che Rea prova a stabilire a distanza con Italo Calvino attraverso una lettera a lui indirizzata dalla protagonista, in cui prendendo a pretesto la frase pronunciata dallo scrittore-mistificatore Silas Flannery di Se una notte d’inverno un viaggiatore, “non c’è certezza al di fuori della falsificazione”, gli risponde “Noi non siamo i vuoti a perdere delle vostre bugie”, e va a scovare dentro Gli amori difficili l’Amedeo protagonista di L’avventura di un lettore per identificare un modello di lettore distaccato dalla realtà, diciamo che se avesse riletto Il cavaliere inesistente avrebbe trovato più di un accenno alla vita che stando dietro le pagine a libro chiuso le scompiglia tutte. Qui il nodo: se a Rea sembra una “stupidaggine” lo slogan secondo cui il mondo va prima trasformato e poi conosciuto (che stia ancora facendo i conti con quel comunismo napoletano degli anni ’40 e ’50 dal quale si separò nel ’57 andando a lavorare per “Vie nuove”?), ma se la salvezza del mondo sta nei lettori che lo cambiano attraverso la conoscenza, non possiamo ignorare che a rifiutarsi di modificarlo sia per prima la sua eroina, sempre più rinchiusa nel recinto di libri in cui man mano trasforma la propria abitazione, mentre il castello di libri vero dell’avvocato Marotta va in malora.

 

2 Responses to “Le fondamenta instabili del castello di libri di Ermanno Rea”

  1. Roberto Martucci 04/01/2014 at 4:49 pm #

    Semplicemente fantastico

  2. luca 06/27/2014 at 9:48 am #

    Non credo che l’autore volesse creare una vera storia, credo che il libro sia un divagare di ricordi della protagonista Adele, quindi può essere perdonata la mancanza di alcuni fatti o dettagli. Io l’ho percepito come un dialogo, una confidenza, con il lettore, quasi una chiaccherata fra vecchie amiche che si raccontano dopo anni di separazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *