La provincia di Alessio Torino (con un poco di maniera)

22 Apr

Urbino, Nebraska | di Alessio Torino | minimum fax 2013

Alessio Torino, Urbino, Nebraska, minimum fax 2013

di piero grignani

Ecco un fuoriclasse, senza dubbio e neanche c’è molto da discutere perché nessuno lo nega e il libro è bello, già a cominciare dalla copertina di Alessandro Gottardo, che piace davvero a tutti e anche lui è uno super. Se a questo aggiungete che minimum fax raccoglie una più che esaustiva rassegna stampa, allora potremmo quasi fare a meno di parlarne da queste parti e passare ad altro. Però tanto ci erano piaciuti Undici decimi e Tetano che dispiaceva non dire niente della terza prova di Alessio Torino. Anche perché se togliamo quanto scritto da Cordelli sul Corsera non resta moltissimo. Pure Pedone su Alias aiuta pochino con quel suo invilupparsi sulle angosce della provincia e l’assenza dei padri. Per il resto tanti applausi. Va bene che Cordelli è Cordelli – e per i forzati del web la restituzione del plot si inghiotte l’ottanta per cento del post – ma forse qualche rischio in più si poteva correre. Innanzitutto perché lo merita Alessio Torino.

E poi perché, scusate la bassa ragioneria, ma se in una scala da 1 a 10 Undici decimi vale 10 e Tetano 10- o 10+ (dipende), Urbino, Nebraska non può che essere 9 ½, no? Detto ciò, meno facile sarà darne ragione. Comunque Cordelli tra narratività e letterarietà (in un ipotetico scambio di sms con un suo misterioso amico) propende verso la letterarietà e dà a questa segno positivo. Invece io sarei per sostenere che è proprio quell’incremento di letterarietà a mettere l’ultimo Torino appena sotto i precedenti e non per spirito di contraddizione o naïveté – e in ogni modo sempre parliamo di decimali, per carità, che ce ne fossero di autori come Torino.

Eppure, come dire, resta l’impressione che qui Torino si sia lasciato alle spalle il bel fiatone e lo stupore dei romanzi precedenti, dove ogni pagina era un corpo a corpo dolorosissimo tra vita e necessità di forma, per approdare infine nel grande agone della letterarietà, dove il rovello è prima di tutto quello del comporre. E un po’ è un peccato, perché poi, se invece di attenersi all’architettura che Torino ha ordito si decidesse di fregarsene, pescando a caso nei racconti e liberando i personaggi da tutte le sovrastrutture, dal mito di Urbino, da Volponi e dal filo rosso delle due ragazze morte di eroina (che è storia veramente debolissima), Zena Mancini, la protagonista del primo racconto, torna davvero ad essere la sorella maggiore di Tetano o la cugina del Norman di Undici decimi. Invece, poverina, messa lì in apertura, quasi a sobbarcarsi da sola il fantasma letterario di Urbino, tra All Star, Nick Drake e DFW letto sul torrione di San Polo, pare quasi capitolare sotto il peso di tutta questa sensiblerie provinciale e generazionale. E come se non bastasse Pierluigi Lucadei su il mascalzone ci ricorda che è proprio con il racconto di Zena Mancini che si “setta” l’intera narrazione, ed è vero: dunque anche compiti stilistici per la nostra Zena. Ma forse va peggio al piccolo Federico dell’ultimo racconto, con quel carico davvero sovrumano di simbolismo e lirismo che dovrebbe chiudere il romanzo.

Forse mi sbaglio, eppure nelle due prove precedenti le storie sembravano stillare da un’urgenza più elementare, fin primitiva se vogliamo, e la letterarietà (che sempre c’è in Torino e nemmeno ci sarebbe letteratura, altrimenti) lavorare però a valle di quella tensione. Prendete Tetano, che certo è Huckleberry Finn, però non è da lì che arriva il ragazzino che si caga nei pantaloni perché il padre non torna; Mark Twain arriva dopo, prima ci sono le zattere che si sono costruite, o che si sarebbero volute costruire durante le estati dell’infanzia e i nascondigli tra il granturco e le stellette ninja. In Urbino, Nebraska invece il problema parte già tutto letterario. Qualcosa intuisce Caterina Morgantini per Mangialibri quando parla di una provincia “descritta con troppa precisione, con un’esattezza di stile che non lascia né un’emozione, né una virgola al caso, rischiando di frapporsi come un vetro lucente tra il lettore e la materia narrata”. Ma non è un problema di stile.

Ci sarebbe poi un’altra questione a margine. In Undici decimi Norman fuma sigarette, quali? Non lo sappiamo; in Urbino Zena fuma Camel, il suo amico Marco Marlboro rosse, il padre MS (come tutti i padri); Zena porta le Converse, sempre, anche Tetano portava le Converse – e infatti quelli di minimum fax lo hanno messo in quarta – ma Zena le porta proprio sempre, anche il venerdì sera, alle feste: porta le Converse come estensione della propria personalità, così come ascolta Nick Drake e Cat Power. Adesso, qui il discorso sarebbe un poco lungo e non riguarda solo Torino, ma a me questi attributi sanno un poco di scorciatoia, come quando da ragazzi, per conoscersi, si iniziava con il rosario del che musica ascolti, del ti piace questo gruppo? E questo? E via così. Ora, anche ammettendo queste scorciatoie, che poi sono le scorciatoie della vita, le Camel che fuma Zena sono le Camel di oggi o quelle dei tempi di Alessio Torino e della sua adolescenza? Per mio nonno le Camel sono quelle degli americani del 1943 e basta. Non so se riesco a spiegarmi, la stessa cosa vale anche per le Converse: converrà Torino che le All Star degli anni novanta non sono quelle di oggi: perché diverso è il valore simbolico.

Ultima nota sui riferimenti. Diciamo che tra la Jennifer Egan (indicata con Strout e McCann da Laura Pezzino su Vanity Fair.it, ma leggetevi anche l’intervista a Torino su Mangialibri) e il sicuramente oscuro, per i più, Pier Antonio Quarantotti Gambini (ricordato da Cordelli), troviamo, naturalmente, Paolo Volponi (citato da tutti, ma non vale perché Torino lo metteva in nota) e Bassani (segnalato da Fofi su Internazionale). Eppure di cantori più o meno noti della provincia italiana c’è solo l’imbarazzo della scelta; così visto che vogliamo partecipare anche noi, allora diciamo che, per assonanza con il Nebraska del titolo e per logiche generazionali, a noi sovviene il Texas di Paravidino. E se il lirico Torino sembra provenire da un altro pianeta rispetto al caustico Paravidino, forse è solo perché Urbino non è Ovada e nemmeno Alessandria, ma poi anche il Nebraska non è il Texas.

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