Sotto la polemica e sopra la poesia: la funzione Policastro

17 Mar

Sotto | di Gilda Policastro | Fandango 2013

Cover_Policastro

di piero grignani

Perché l’ultimo imperfetto e dunque succosissimo – comunque lo si voglia prendere – lavoro di una delle più battagliere giovani scrittrici/poetesse/critiche italiane (qualcuno mi ricorda pure “abilitata”), che non si è negata nessuna delle polemiche che in questi anni hanno animato i lit-blog, viene ignorato? Per strategie editoriali o rancori personali? Per questioni di gusto? Per ragioni di mercato o semplice sciatteria? Mah… Ho letto Sotto sull’onda della recensione di Giglioli su la Lettura, che se non sbaglio era del primo dicembre, la successiva ricognizione della critica sul web, alla maniera del Punteggio, sarà avvenuta più o meno nel mese di gennaio con risultati davvero deprimenti, tanto da doverla procrastinare. Cerca e cerca a fatica si arrivava alla seconda pagina di google con qualche profitto: una manciata di segnalazioni, una o due interviste, una recensione su doppiozero, basta. Ma forse era presto e occorreva solo un poco di pazienza. Eppure ad oggi le cose non sono certo migliorate: una presentazione a Milano alla Libreria Popolare, caricata su youtube, forse un paio di articoli in più e così anche la Policastro si è stufata e in coda al suo intervento su La formazione della scrittrice apparso su vibrisse grida di aver diritto pure lei al suo passaggio da Fazio.

Non so, forse sbaglio a prendere l’argomento da questo corno, anche perché il mio interesse per le logiche editoriali è bassissimo e poi basta un niente che si finisce diritti nei battibecchi di cortile, però, come dire, non è che sarà proprio questa pugnace volontà di militanza dell’autrice il valore aggiunto dei suoi libri? O meglio la funzione Policastro, se mi si passa l’iperbole e nessuno arrossisce. Insomma, ingenua non è di certo e però vuole andare da Fazio con il suo ultimo libro e dice che non se ne può più di Gramellini o chi per lui e che è ora che la letteratura, quella vera, quella dei Pecoraro e Policastro, vada in prima serata. E scalda il cuore – dico davvero, senza sarcasmi – questa fede nella letteratura e nei suoi compiti, che sono sperimentali e quindi civili, e che è ben altro dallo snobismo radicale o accademico che le schiere di detrattori puntualmente rilevano. E poi anche questo moraleggiare sulle dimensioni spropositate dell’ego dell’autrice, facciamola finita: parliamo di scrittori non di fraticelli o sorelle missionarie. Ma in fondo che vuole questa Policastro? Non le bastano le attenzioni che le rivolgono i Giglioli o i Cortellessa, che non sono mica gli ultimi arrivati? No, vuole che si parli anche del suo libro e non solo di Marina bellezza, perché il suo libro è letteratura, non entertainment. Un bacio. Anche se poi a discutere dello status di Letteratura o Arte non si sa mai dove si finisce e basta un niente che ci si ritrova giudiziosi a fare la Ronda, anche se si è convinti di avere i piedi ben piantati nell’avanguardia o neoavanguardia o neoneoavanguardia.

Comunque, ecco, meglio leggere prima Il farmaco, che è il primo romanzo della Policastro e forse anche migliore, perché più lirico e le immagini sono evocate per frammenti appena sbozzati e da questo sfilacciamento narrativo di anafore e anacoluti vengono fuori però potentissime, reali e metafisiche insieme. Sotto ha invece un movimento più placido, più accomodante: il senso non è incastonato sotto grumi di materia poetica, scorre quieto. In fondo la storia è ancora una storia, seppur lasciata colare in mille rivoli, i personaggi sono personaggi e c’è pure il gancio attualissimo e furbetto all’università e ai suoi meccanismi di vassallaggio e servitù (che poi sono quelli che dovrebbero riguardare il lettore tipo della Policastro e infatti il gioco del chi è chi – dice l’autrice – non si è fatto attendere). In ogni modo, anche se la mia predilezione va a Il farmaco, Sotto si legge con forse anche maggiore godimento e meno sperimetalistico agone e Alba e Camilla e Ludwig hanno una bella forza plastica e il sesso – che ce ne è tanto – ha un odore acre, di quelli che si appiccicano ai vestiti e le fantasie sanno di sudore vero, da domenica pomeriggio, non di estremismo estetico o intellettuale e anche si apprezzano di più, alleggerite da quel presentimento di morte e disfacimento che ammorbava (però in modo sublime) il primo romanzo. Poi verso la fine la tensione cala un po’ e i personaggi iniziano a girare intorno al loro asse. Anche la lingua e la sintassi paiono quasi arrendersi, attestarsi su una tonalità più domestica e non ci sono più “agitose agitosità” a incrinare la superficie e anche si ha l’impressione che la giostra potrebbe andare avanti all’infinito e il motivo del posto in università pare quasi sgonfiarsi, perdere di centralità, proprio in virtù della maggiore autonomia raggiunta dai personaggi.

Basta, anche perché della questione dei rapporti di potere, accademici o no, che tutti naturalmente ravvisano e si sperticano a dissezionare, è inutile aggiungere altro, come della degradazione fisica o della desolazione morale eccetera eccetera. Elisabetta Puzella per mangialibri rimpiange l’occasione persa di squarciare il velo “sul marcio mondo delle carriere accademiche”, mentre Maria Camilla Brunetti, in un’intervista uscita su il Reportage prova a indicare in Alba l’unico personaggio “sebbene in forma imperfetta, fragile e – più volte – mendace, a tentare una diserzione privata, una forma di abbandono dell’offesa come unica risposta all’umiliazione”. Io continuo a credere che a giocare a snidare possibili significati o tesi nelle storie e nei personaggi non si vada molto lontano, ma ognuno è libero di cercare e trovare nei testi ciò che preferisce.

Se invece qualcuno avesse ancora voglia di approfondire la funzione Policastro e trovasse infine stucchevoli o troppo lontane le polemiche sul web – comunque quella sul critico (agosto 2009) è ancora su nazione indiana, quella sui lit.blog (ott/nov 2009) su vibrisse, ma occorre spigolare un po’–, meglio andarsi a prendere la raccolta di versi uscita sempre nel 2013 per Nino Aragno: Non come vita. Sono poesie che vanno dal 2007 al 2013 e che, come dice Cortellessa nella quarta, “mettono in scena una sequenza di lutti”. La mia preferenza va, questa volta, a quelle più – come dire – prosastiche, dove le immagini sono costruite per pieni più che per ellissi, che so quelle di Stagioni, o quelle dove il senso si rapprende in un rosario tragicissimo di oggetti e le frizioni prodotte tra i singoli grani sono davvero insostenibili, come nel secondo pannello del Trittico. Vi è l’origine de Il farmaco o comunque la stessa sostanza, che è lirica e oggettuale e solo in parte abbisogna di interpolazioni narrative. Un po’ école du regard insomma, ma senza teoricismi e più sincerità. Di questa raccolta ne parla benissimo anche Davide Nota nel suo blog Fonti Coperte (su piattaforma Com.Unità), il quale apre ragionando sulla “funzione pubblica” dello scrittore/intellettuale nei tempi nostri. A trovarlo prima ci risparmiava un sacco di fatica.

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