“Sottomissione”: Houellebecq tra decadenza e nichilismo

18 Apr

Sottomissione | di Michel Houellebecq | Bompiani 2015

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di Federico Carcano

Lo trovi nei supermercati, nelle bancarelle di quartiere, alle sagre di paese: “Sottomissione” di Michel Houellebecq sta vivendo un sucesso di distribuzione e di vendite clamoroso in questi mesi, spinto dal vento funesto dei deplorevoli attacchi terroristici ai danni del giornale satirico transalpino Charlie Hebdo.

Poeta, professore, scrittore, uomo dall’aurea mistica, Houellebecq non scrive mai per compiacere il lettore o per confortarlo ma fornisce la propria ricognizione del presente (a partire dal suo primo romanzo “Estensione del dominio della lotta” – 1994).

Nel suo ultimo lavoro lo scrittore sguazza nel tempo lottando con la forza lucida di chi si gioca tutto per arrivare a propugnare un senso di giustizia indomabile. Parte dal presente, si intinge nelle situazioni e nelle forze del passato e regala una visione nitida della 25^ Ora (per dirla alla Davud Benioff), vale a dire una descrizione del futuro prossimo e di ciò che potrebbe prendere forma.

La trama: nonostante l’impopolarità, l’attuale presidente francese Francois Hollande riesce a mantenere il potere per un secondo mandato, fino al 2022. Ma viene eliminato al primo turno delle elezioni presidenziali da un’alleanza che raccoglie destra, sinistra e centro con l’immaginario partito Fraternité Musulmane, il cui leader, Mohammed Ben Abbes, riesce a guadagnare l’Eliseo diventando il primo presidente delle repubblica francese musulmano.

Il tema fantapolitico è provocatorio quanto interessante e ha acceso riflessioni  e dibattiti sulla società e sulla politica in tutto il Vecchio Continente. Houellebecq, infatti, sembra aver ancora una volta sguainato la spada per sottolineare una certa decadenza europea (francese, in particolare). Non vuole fornire soluzioni ma ha la volontà di risvegliare gli animi, come un poeta dalla vita irregolare che mette tutti in riga perché capace di una visione esterna.

Nello scritto teorico “Rester vivant”, Houellebecq scrive: “La verità è scandalosa. Ma senza, non c’è nulla che abbia valore. Una visione onesta e ingenua del mondo è di per sé un capolavoro… Man mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta”. E così sembra essere il destino che accompagna la vita stessa dello scrittore: oggi vive sotto scorta per le controversie con un certo “mondo islamico” (simili a quelle che hanno portato all’uccisione dei vignettisti e dei redattori di Charlie Hebdo) e non ha potuto promuovere il suo ultimo libro “Sottomissione” scritto prima dell’attentato ma uscito lo stesso mese.

La critica, come di consueto quando si parla delle opere di Houellebecq, si è completamente divisa. Vediamo alcune considerazioni:

Sciltian Gastaldi del Fatto Quotidiano sostiene che il romanzo distopico dello scrittore francese pecchi  “sul piano letterario e della logica – Sottomissione’ immagina che la Francia, sotto Ben Abbes, diventi senza grandi contrasti e in poco tempo un paese musulmano”.

Alessandro Baricco su Il Post lo definisce “un romanzetto di fantapolitica, un racconto dedicato al mesto declino umano di un accademico parigino e un saggio su J. K. Huysmans, uno dei padri del decadentismo tardo-ottocentesco”. Per poi aggiungere “A tenere insieme il tutto, assicurando alla lettura una certa gratificazione, ci pensa la mano dell’artigiano, cioè l’abilità della scrittura — un tempo si sarebbe detto lo stile. Quando vuole (e qui vuole) Houellebecq ha questa mirabile capacità di esercitare un dominio assoluto, ma pacato, sulla lingua. Senza sforzo apparente esegue numeri di un certo virtuosismo, ma sempre con l’aria di far un gesto naturale, o scontato”.

Antonio Scurati su La Stampa, invece, accoglie lo scritto in maniera completamente positiva: “Sottomissione è una satira. Il comico vi si sopisce ma non scompare, il tragico vi si affaccia ma non trionfa. Non rinuncia Houellebecq al ridicolo nella descrizione di fatti e persone, non abdica alla denuncia corrosiva, alla ricerca del paradossale e dello straniamento surreale che genera spunti di riflessione morale, non abbandona l’ironia e il sarcasmo che minano ogni autorità superiore, non cessa di oscillare tra sacro e profano. In una parola, Houellebecq rimane fedele a se stesso, a noi stessi. E noi – non ci si racconti frottole su questo – noi europei di questo nuovo millennio, noi siamo lo spirito del nichilismo.  Nichilismo qui non significa, puerilmente, svalutazione di tutti i valori, significa accettare il rischio e la fatica di dare un senso al caos del mondo dopo la morte delle antiche certezze e delle vecchie fedi”.

Infine, per il filosofo e saggista francese Michel Onfray (come riporta il Corriere della Sera) si tratta del “migliore libro di Houellebecq, e di gran lunga. La sottomissione di cui diamo prova nei confronti di ciò che ci sottomette è attualmente sbalorditiva. È un altro sintomo del nichilismo nel quale ci troviamo”.

Certo, la critica non aiuta a farsi un’idea chiara. Un consiglio? Leggetelo.

 


 

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