Tutte le feste di Veronica Raimo

16 Nov

Tutte le feste di domani | di Veronica Raimo| Rizzoli 2013

Cover RAIMO

di piero grignani

Copertina nera con bacio e quarta gialla, mentre il font del titolo rimanda alle insegne luminose al neon, anche se bisogna arrivare a pagina 217 per scoprire il perché, del font e del titolo, e la cosa delude un poco; piuttosto restano oscure le ragioni per cui quelli di theWorldofDOT abbiano messo in copertina un maschio dall’aria tanto grifagna e balcanica, con quell’artigliaccio a stringere la gola della partner. Comunque il secondo libro della Raimo scivola attraverso la rete senza generare particolari sussulti e le sole note critiche arrivano dalle versioni online delle testate cartacee. Massimiliano Parente su il Giornale gigioneggia tra goliardia e paraculismo. Diverte anche certa strafottenza da foglio liberal (e sul liberal qualcuno avrebbe da ridire), ma poi che l’autrice sia la “femme fatale della letteratura italiana” e per il nostro la sola presenza capace di illuminare le riunioni di quei noiosi di TQ o di minimum-fax, interessa davvero per niente o al massimo farà piacere alla Raimo. Così la trovata dello scambio in tipografia (come avviene nelle culle degli ospedali) tra l’ultimo libro della Chias e quello della Raimo, dove i pregi del libro della prima dovrebbero essere le caratteristiche più tipiche della seconda (quando in grazia), sembra solo un espediente per indorare la pillola: il libro non è all’altezza de Il dolore secondo Matteo. Ma la Chias non si è letta, quindi il gioco potrebbe anche reggere. Piuttosto, se i motivi della bocciatura di Parente sfumano nella posa, generici suonano i peana innalzati da Carlo Mazza Galanti su il manifesto. Per l’amor di Dio, d’accordo con il pistolotto sulla situazione editoriale italiana, sempre in cerca del nuovo Giordano, ma poi basteranno per davvero questa Alberta, “personaggio di chiaro spessore letterario”, e una “scrittura stilisticamente raffinata e sempre ammirevolmente equilibrata” a garantire italica “letteratura di valore”? Tedoldi su Libero va meno per il sottile e pone il volume tra la cinquina da scegliere per una lettura sotto l’ombrellone in chiave anti realismo del Siti dello Strega.  Per il resto ci si muove su una linea mediana: pulizia narrativa finalmente raggiunta, “cristallina” addirittura per alcuni (vedi Mussi su La Nuova Sardegna), sopra intreccio così così, un po’ legnoso e sintetico, dove giganteggia però – e qui tutti concordano – il personaggio di Alberta, femmina ribelle, coniugata ma annoiata con il prof. Flavio Falsini. Ora a me, a dirla tutta, pare invece che siano proprio i personaggi a mancare della sufficiente vischiosità fisica; restano lì, astratti, schiacciati sulla loro funzione tipica. E questo è più vero se si ripensa al Matteo, al Filippo e alla Claudia del Dolore e a quel loro virulento e incessante suppurare di umori e monomanie, e allora bisognerà convenire che l’attuale grado di stilizzazione sia almeno perseguito. Eppure ciò che resta è solo la sensazione di inspiegabile e improvviso congelamento espressivo, tant’é, che sia Astremo su Vertigine che Tedoldi sentono la necessità di rianimare questa esangue Alberta cercandole un corpo vero, come ad un casting: il primo propone la Orioli, il secondo la Sandrelli. Qualcuno ne tenga presente. Detto ciò lo spunto più interessante bisogna andarlo a trovare nei risvolti di uno scambio epistolare. Pierlugi Panza rispondendo a Gian Paolo Serino su Satisfiction parla, a proposito della Raimo ma non solo, di “letteratura della prossimità”: nel senso di una letteratura capace solo di raccontare di scrittori, intellettuali e similari e delle loro piccole tragedie quotidiane. È vero, ma anche ammettendo che la distanza tra le pretese statutarie di scrittrice della Raimo (si veda il breve video su youtube per capirci) e i risultati oggi raggiunti dovesse rilevarsi per lei impietosa, dubito che ciò si possa rubricare al demone dell’autoreferenzialità, che poi visita quasi tutte le giovani leve della patrie lettere. Piuttosto si dica che l’immaginario che Veronica Raimo fedelmente restituisce nella sua ordinarietà e stereotipia è il nostro e da quello non si esce: è l’orizzonte di chi ha pigolato questuante nei cortili delle facoltà, si trova a votare PD ed esibisce una sensiblerie culturale indipendente e aggiornata. Alzi la mano chi, nato nella seconda metà degli anni settanta o poco dopo, non vorrebbe farsi o essere Alberta o sposare il giovane prof. di estetica Falsini, in completo di lino naturalmente, e poi diventare amanti dello scrittorello americano domiciliato presso un’academy a stelle e strisce. Il quale, tra gli alti e i bassi di una ispirazione capricciosa se non mediocre, ci porta a scopare sui ponteggi di un palazzo romano in ristrutturazione, senza scordare, ça va sans dire, bottiglia di vino e calici. Mancano i Velvet Underground, ma anche quelli arriveranno, sempre a pagina 217.

Postilla

Non ce ne voglia il lettore, ma siamo costretti a segnalare che il link al sito de il manifesto non porta più all’articolo di Mazza Galanti e ce ne scusiamo. Proviamo a sopperire indicando che tale articolo è uscito nella versione cartacea de il manifesto il 6 settembre e che molte delle argomentazioni allora esposte sono state successivamente riprese dall’autore in un post su minima&moralia del 29 settembre. Per chi ha voglia e tempo c’è anche una lunga coda di commenti al post, invero un po’ meschinetti a dirla tutta, ma questi sono i tempi.

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