Viola Di Grado o dello stile

16 Feb

Cuore cavo | di Viola Di Grado | edizioni e/o 2013

Cover_Di Grado

di piero grignani

Ammettiamolo, se non fosse stato per Ferroni, che su un Alias domenicale, forse del marzo dell’anno scorso, ne aveva fatto una lunga recensione, non avremmo letto Cuore cavo e avremmo continuato a fare a meno della sua autrice. Anche si era ignorato il precedente Settanta acrilico trenta lana, superpremiata e supertradotta opera prima. Però a marzo si iniziava a riflettere su Il punteggio di Amburgo e da qualche parte serviva pur partire, anche se poi del libro se ne dà conto solo oggi, davvero oltre ogni ragionevole credibilità editoriale. Comunque, per i ritardatari, lettori e recensori, la casa editrice fa un comodissimo spoglio della stampa, cartacea e online, ed oltre Ferroni potete trovare altri big: Onofri ne parla su Avvenire, La Porta su Il Sole e qualcun’altro me lo sono dimenticato. E verrebbe voglia di discutere solo di questi, che già sarebbe sufficiente a riempire la nostra paginetta.

Ora il fatto però è che a battere la rete, e non c’è niente da fare, esce fuori prepotente l’immagine fisica della Di Grado, ed è tutta una teoria di pose e birignao: lei sotto un cappuccio rosso bordato di pelliccia, lei con la boccuccia nera, lei con gli occhi bistrati e un ragno nei capelli, lei con le orecchie da gatto, eccetera. Così sfido chiunque a prendere Cuore cavo come fatto di letteratura tout court. Altro che la consustanzialità del macilento Saviano con la propria Opera, di cui parla Siti – anche se forse non usava il termine macilento – qui la cosa è così estremizzata da sfiorare la pianificazione estetica. Che non è circo e nemmeno marketing – e poi se anche fosse che male ci può essere? – no, questa è totale, pervicace, romantica, immedesimazione di arte e vita. Andate su youtube se non avete mai ammirato la Di Grado en live: lascia incantati; risponde a monosillabi, tra l’imbarazzo e una gentilezza fin sfibrante, con questa architettura vocale piatta e laconicissima. Altro che Amélie Nothomb, piuttosto Lizzy Siddal, solo ancora più emaciata e morbida, o una Ophelia pop di chissà quale melanconica conventicola.

Adesso, so bene di far storcere il naso a quanti di voi professano autonomia e autorità del testo (ma ce ne sono ancora?), come anche ai sempiterni cultori della Poesia (ma non è poi lo stesso?), però, cosa volete farci se il mio interesse cade sempre in quella zona grigia che sta tra la vita e l’opera, che è zona molle e sempre in rivoluzione se confrontata con la consistenza durissima dell’opera e con l’inerzia della vita. Perché poi è chiaro come sia proprio in quella zona – dove l’immagine che perseguiamo di noi fa quotidianamente i conti con quanto, bene o male, si riesce a tirare fuori dai nostri miseri esperimenti autoriali – che una ragazza di 25 anni può immaginarsi morta e raccontarsi quale cadavere in stato di putrefazione. Eppure non è lo shock ad essere perseguito, no certamente, e davvero lo splatter come genere letterario o strategia semantica centra poco cara Daniela Frascati: qui è solo questione di stile. Uno stile tanto artificioso che le tarsie sonore e le immagini fiaccano le resistenze del lettore per inviluppi concentrici, come una nenia senza picchi di narrazione. Non vi è sovrascrittura per via espressiva, ma solo un estenuante lavoro di bulino intorno alle medesime geometrie.

Non conosco la storia e la formazione di Viola Di Grado, a parte i natali sotto l’Etna e quel poco che si trova in rete, e non so nemmeno se sia credibile imbastirci sopra qualche teorema posticcio, però mi pare che, in fondo, le maggiori urgenze stilistiche e formali giungano quasi sempre dalla periferia (al modo delle deformazioni linguistiche direbbe Contini, ma è un altro discorso). In sostanza è come se la lontananza dal centro esigesse sempre un in più di stile, di esasperazione formale, ché mica tutti hanno la coscienza civile di Saviano per ergersi a livello della storia o almeno della cronaca, o la fiducia di un Raimo, per cui la registrazione analitica della propria fragilità esistenziale e delle sue indolenti erezioni ambisce a dar forma a tòpoi generazionali. La tesi fa acqua da tutte le parti, va bene, anche perché sia Saviano che Raimo sono bravi autori e si leggono sicuramente con più costrutto della Di Grado, tuttavia non posso fare a meno di parteggiare per questa ostinata e pletorica e uggiosa stilista.

Se poi, invece, ne volete sapere di più sul plot, su Dorotea Giglio – la protagonista – e le parentele con la Camelia di Settanta acrilico, avete solo l’imbarazzo della scelta. A me pare che in un panorama piuttosto uniforme –  e lasciando stare i big di cui sopra – si possa prendere come punto di equilibrio la recensione di Petroni su L’Huffington Post, per poi procedere, tra i sostenitori, con Luciana Sica, il mio libro (già la Repubblica del 28/03/2013), o con le più entusiaste Sara Gamberini per Interno 2 e Silvia Dell’Amore per finzioni o la stessa Frascati (Immaginale); oppure, muovendo in direzione opposta, più freddini, a ragione, troviamo gli osservatori esterni (firmate le recensioni però) e Carlotta Fiore ne la luna di traverso, che fiuta l’artifizio stilistico ed invoca storie.

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