Leopardi nostro contemporaneo

7 Set

Il giovane favoloso | di Mario Martone | con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Valerio Binasco, Anna Mouglalis | Italia, 2014

il giovane favoloso

di valentina t. gelmetti

È da un po’ che siamo latitanti, qui dalla parti del Punteggio. Pungolati con velenoso affetto da certi compagni del sito che ci hanno rinfacciato di non aver più scritto una riga da mesi, ammettiamo la nostra colpevolezza, con l’unica attenuante di esserci fatte risucchiare da alienanti e deliranti lavori a ritenuta d’acconto utili alla sopravvivenza quotidiana. Ma ora siamo arrivati alla conclusione che, forse, è meglio riappropriarsi del proprio tempo. Autoassoluzione e fine del processo, dunque; con simpatia ça va sans dire.
In questo ritorno alle armi, siamo stati in spedizione al recente Festival del cinema di Venezia. Giusto qualche giorno, pochi i titoli visti, pochi quelli che rimarranno, non evaporati dal sole della contingenza e delle mode. Tra questi, pur nella sua complessa e imperfetta noia, pur in una certa piattezza visiva teatral-televisiva, pur in una narrazione classica, sospirante e didascalica, c’è Il giovane favoloso di Mario Martone.

Lo sentiamo vicino questo Leopardi cinematografico che si rivendica, sin dal titolo, “giovane”. Uno stadio non tanto anagrafico quanto uno stato dell’animo che, assetato di vita, s’infiamma di una ribellione e di un’infelicità totalizzanti come solo nell’adolescenza sanno essere. La ribellione è innanzitutto contro la famiglia, contro la provincia: luoghi protettivi e asfissianti, prigioni dorate al di fuori delle quali aleggia l’infingarda illusione che tutto sia infinitamente migliore. La provincia, quelle quattro strade in cui, ieri come oggi, cammini sapendo di venir per forza riconosciuto e per forza giudicato; dunque l’inadeguatezza di essere diversi, estranei, stranieri in casa propria. Ma anche l’ineluttabile senso di inferiorità verso il fuori, verso la metropoli: un’inferiorità che può essere elusa solo da uno studio matto e disperatissimo in ricche biblioteche che i padri tanto faticosamente hanno costruito nello sperduto borgo di Recanati.

I padri, già. Quei padri – di Leopardi, come dell’amico Ranieri, come di tanti giovani adulti di oggi – che con orgoglio hanno investito sui figli, sulla loro cultura, facendoli studiare nelle biblioteche in casa o nelle università fuori sede, salvo poi venir rinnegati perché troppo bigotti, chiusi, conservatori. E salvo poi venir da loro cercati, con imbarazzo e vergogna, per avere dei soldi, che a fare i ribelli o gli artisti non ci si riesce a mantenere.

Elio Germano, come le recensioni hanno evidenziato, è stato un equilibrista eccezionale in questo scivoloso ruolo, perfetto nel trovare la giusta sfumatura interpretativa: sarebbe bastato un attimo per sbavare nella macchietta. Lui, invece, ha reso tangibile quella malinconia “che ci lima e ci divora”, quella rabbiosa infelicità di fronte a cui gli intellettuali accusano il poeta di essere sempre uguale a se stesso, sempre troppo triste. Di vedere un mondo sempre troppo crudele. «Dimostrarmi il contrario!» urla allora il Leopardi/Germano replicando stizzito al semplicistico legame di causa-effetto tra il suo pessimismo e le sue malattie: «non attribuite al mio stato quello che si deve al mio intelletto». E chiosa con una glaciale e sarcastica verità «il mio cervello non concepisce masse felici fatte di individui infelici». In tal senso, Pier Maria Bocchi ha ben scritto su Cineforum Web che Il giovane favoloso “racconta del diritto al sentimento […]. Il poeta chiede il diritto all’infelicità“. Un gesto di ribellione dalla forte valenza politica in una società – ieri come oggi, ancora una volta – che ci vuole per forza felici, fedeli e fiduciosi in qualche Dio, scienza, progresso. Felici, e dunque immobili, sottomessi.

A fronte di un protagonista così sfaccettato, la narrazione è tuttavia piatta. Il Mereghetti evidenzia che il racconto di Martone procede “sottotono, senza voler sottolineare nessun episodio o significato in particolare, ma disegnando l’animo irrequieto di un giovane alle prese con le ‘gabbie’ da cui vuole fuggire”. E siamo in completo accordo con Federico Gironi di ComingSoon quando scrive che “Martone alterna numerosi registri, alcuni riusciti, altri meno, realizzando un’opera dove alla fissità di rigidi e freddi momenti di pura derivazione teatrale si alternano fasi di ricerca cinematografica che si fanno progressivamente più barocche in alcuni punti (tutta la parte napoletana) o astratte e quasi sperimentali. Sono proprio queste ultime, spesso supportate dalla bella e distonica colonna sonora elettronica di Apparat, quelle che hanno convito di più, mentre meno molto riuscite sono le prime”.

Alla fine, Il giovane favoloso è un film che lascia con un giudizio sospeso: difficile dire, banalmente, se sia piaciuto o no. È innegabile comunque che le immagini sul grande schermo respirino dello studio rigoroso sul personaggio e sull’epoca: come si legge nell’interessante articolo di Curzio Maltese su La Repubblica del 2 settembre, da Noi credevamo Martone è come se vivesse nell’Ottocento, per lui un’ossessione. E proprio in quelle righe veniva chiamato in causa Bernardo Bertolucci che – figlio di poeta – si chiedeva: come è possibile filmare la poesia? Martone non ci è riuscito completamente, ma a lui va riconosciuto il merito, parafrasando Kott Jan, di aver fatto di Leopardi un nostro contemporaneo.

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