Lo sguardo stilizzato di Silvio Perrella

29 Apr

L’aleph di Napoli | di Silvio Perrella |  ilfilodipartenope 2013

Silvio Perrella, L’aleph di Napoli, ilfilodipartenope 2013

di pierpaolo gallucci

Risale ad alcuni mesi fa l’uscita di un opuscoletto di Silvio Perrella, L’aleph di Napoli, dall’autore stesso definito una favola con un apologo civile sul congiungimento del su e del giù della città, una città fatta di molte città, e quando i protagonisti, saliti fin sopra questo aleph, scoprono di possedere un nuovo linguaggio, si impossessano di “una libertà che non sempre era possibile ed è la libertà di raccontarsi con i propri linguaggi. Senza fingere di essere qualcos’altro”. Cercando in rete, più niente, se si eccettua chi chiarisce che quell’aleph borgesiano del titolo deluderebbe chi se ne aspettasse una riscrittura (che secondo noi non sarebbe una cattiva idea), e chi invece trova corrispondenze meno conclamate con lo scrittore argentino laddove Perrella parla del tempo misurato dall’ombra sempre diversa delle meridiane.

Non meraviglia che nessuno consideri un minuto libricino di appena una trentina di pagine pubblicato da un editore indipendente aduso a tirature di poche centinaia di esemplari. Tuttavia segnali diretti al pubblico non sono mancati, l’ultimo non molti giorni fa, 18 aprile, Roma con Raffaele La Capria, del quale Perrella è il principale esegeta avendone curato or sono undici anni il Meridiano (di nuovo questa parola), e mai smettendo di colloquiarci. Di questi tentativi, alcuni non difettanti in ambizioni di suggestività, come le letture a Napoli con attrici, danzatrici e musicisti dello scorso 8 febbraio nelle tre principali funicolari o come, il 14 dicembre 2013, con Andrea Renzi a leggerlo in una sala della Certosa di San Martino per iniziativa del Fai.

Questo aleph nasce come testo d’occasione su una costruzione panoramica posta appena accanto al Chiostro di San Martino, resa visitabile grazie al Fondo ambiente italiano una domenica dello scorso ottobre, quando ha avuto la sua prima lettura pubblica per voce dell’autore.

A questo punto il nostro ragionamento si addentra in un giardino di sentieri che si biforcano, e se vi è sfuggito l’omaggio a Borges fatto con questa sua citazione celata in un modo di dire elegante ve lo facciamo notare noi adesso, zotici che non siete altro. Continuando così però finiremmo per costeggiare città invisibili, mondi scritti e non scritti, passeggiate, arti di perdersi – componenti che, proprio come noi prima, Perrella inserisce nei suoi discorsi, assegnando loro uno statuto di frasi entrate nel senso comune – arrivando chissà dove: certo ogni volta che la letteratura sfiora l’arcano favoleggiando di chiavi all’accesso di topografie estese a tutto l’universo l’immaginazione se ne suggestiona: resta da vedere poi se i racconti sono all’altezza.

Perché se da un lato c’è il contenuto della fiaba-apologo, dall’altro ci sono il modo con cui se ne parla e ciascuna delle a loro volta biforcate ramificazioni di esempi illustri cui via via risalire decifrandone la vicenda, sulle tracce dei quali in tanti ci sono rimasti secchi, tutti ricercando il sacro Graal del segreto dell’inventiva degli autori esemplari e invece tutti sopraffatti dal peso del loro mondo di immagini: che, raffigurandolo con tratto steinberghiano, gli è piombato addosso come il colossale macigno sferico rotolante del primo episodio di Indiana Jones senza lasciare scampo, diversamente dal più fortunato eroe-archeologo impersonato da Harrison Ford.

Anche Perrella con questo insostenibile globo di pietra deve essersela vista brutta. In Giùnapoli, del 2006, ci racconta che fin da ragazzo scriveva racconti e poesie pieni di immagini, ma illeggibili, e mostra un frammento di quel tempo. Poi però il rodìo che lo consumava è riuscito pian piano a uscire fuori di sé trovando la forma della critica letteraria, diventando stile di scrittura asciutto e puntuale, fatto di notazioni elementari, fino a questo aleph, che ci ha incuriosito al punto da parlarne qui perché è una sua prova più sul versante dell’inventiva (l’aveva peceduta Anticaglie, del 2011, ormai irrecuperabile). Servendoci di un titolo di Pasolini che a Perrella piace molto, potremmo definirlo la descrizione di una descrizione: ossia una nuova critica, poiché a tale contenuto per il poeta bolognese dei “ragazzi di vita” si identificava quella definizione.

Spieghiamo meglio: in collina, di fronte al mare, tra vigne e alberi da frutto, c’è un padiglione-belvedere con arcate scure d’ombra dalle quali affacciarsi guardando tutto il golfo da parte a parte. Perrella forza la mano a Borges, che il suo aleph lo chiudeva nel buio della cantina di un edificio destinato a essere demolito, e lo fa corrispondere a quel padiglione facendone ciò che noi definiremmo un caleidoscopio del senso, dicendoci con parole essenziali che forma ha, e raccontandoci della spinta a raggiungerlo. I due protagonisti principali, maschio e femmina, ma senza età né sembianze, in un moto ascensionale appena segnato da ciò che vedono, infine ci vanno. Il luogo è evocato insieme ad altro, pochi simboli e rimandi letterari a volte espliciti a volte meno evidenti, tra cui questo dell’aleph di cui apprendiamo il potere di rendere tutto l’esistente visibile e insieme il significato di lettera alfabetica primigenia. Invece, nei due racconti dalla cui essiccazione e successiva fusione Perrella ha tratto il suo, Il giardino incantato di Calvino e L’aleph di Borges, le descrizioni hanno una polpa: fatta di natura e ansia del ragazzino e della ragazzina di essere cacciati via da un momento all’altro nella storia dello scrittore sanremese; di cultura e distaccata ironia con cui è inscenato il narratore-alter ego nella storia di quello bairense. E questa scarsità di polpa, di polpa emotiva, c’è anche in Giùnapoli, tuttavia salutato da Marco Belpoliti come prima felice prova narrativa di questo autore, siciliano di nascita ma napoletano di adozione e con ascendenze più a nord, tra Molise e Slovenia. Non crediamo però il nostro rilievo equivalga a denunciare l’assenza della realtà di Napoli, altrove biasimata e accostata a una pesantezza da saggio che noi in quella precedente opera non abbiamo riscontrato. Andrebbe poi esaminato come ne siano nati laboratori di architettura e di scrittura e quali risultati abbiano prodotto.

Il problema è che le descrizioni laconiche di Perrella – che nel suo Calvino ben ha mostrato come quegli avesse imparato l’arte della stilizzazione pensando per immagini visive e disegnando – riducono le cose al minimo quasi privandole di consistenza, mentre tutto il resto che c’è, fatto di indeterminate meditazioni sulla ricerca delle connessioni in una città lesionata dalla separatezza fra le sue parti, introduce significati ma non aggiunge vero movimento né vero spazio, tanto che a sparire non è la narrazione, divenuta evocazione, ma la descrizione.

Succede lo stesso in Giùnapoli appena si prova a purgarlo di tutti i dialoghi tra intellettuali e di tutti gli “esco”, “scendo”, “vado”, “salgo” ecc. – espediente anche di Saviano per Gomorra, dello stesso anno – che come formule magiche dovrebbero connetterne i brani convocando i luoghi che la navicella dell’ingegno di Perrella attraversa: qualcosa pure succede, ma non questo: la città ci si rivela per indizi, non per un disegno generale da srotolare come una mappa. Né è detto che ciò sia poco: ma il magma di discorsi poetici che ricopre Napoli esemplificato da un libro di citazioni letterarie come Dadapolis. Caleidoscopio napoletano, scelte da Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller; riflettendo, ci sembra, il dolore per quello urbano che ne devasta la superficie, non sancisce la fine di ogni possibilità di conoscerne la forma, mentre ne andrebbe proprio ricostruita la topografia secondo l’ordine razionale che essa possiede.

Per restituire una visione d’insieme possono tornare utili anche topologie minime come questo aleph, ma a patto di andare fino in fondo all’alfabeto, sapendo che nel racconto di Borges l’aleph non era uno soltanto, ma molti nel tempo e nello spazio, e quello descritto perfino falso; ricordando che simili luoghi non è affatto detto debbano essere panoramici perché loro tramite si contemplino interi universi. I luoghi-caleidoscopio possibili in una città possono essere segnati da edifici oppure no: così come ne esistono i duali, dove si addensano sacche di opacità e grigiore, materia costruita indifferenziata. Il futuro delle città passa per la ricostruzione di entrambi, scegliendo i nuovi edifici concentratori di senso da fondarvi.

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