La moralità nei ritratti di Romano Montesarchio

9 Feb

Ritratti abusivi | di Romano Montesarchio | Italia 2013

Cover_Montesarchio

di pierpaolo gallucci

Lo spezzone di filmato pubblicitario con cui il documentario si apre risale all’inizio degli anni ’70. La dominante violacea che lo contrassegna, indizio di consunzione, fa pensare anche a quanto siano logori i miti piccolo-borghesi sulla salubrità della vita lontano dalla metropoli di cui parla, alternando immagini della parte fin lì realizzata e del plastico di progetto del Villaggio Coppola Pineta Mare a Castel Volturno, sul litorale della provincia di Caserta. Qualcosa del genere doveva avere anche in mente il regista, il quale, ultima copia superstite, lo ha rintracciato in una sala cinematografica della cittadina, parlando di “fallimento di uno Stato che ha permesso la cementificazione selvaggia di decine di chilometri di costa campana” in un’intervista raccolta da Diego Del Pozzo.

Ritratti abusivi si concentra sulla vita degli occupanti, abusivi per l’appunto, di una propaggine del Villaggio Coppola, il Parco Saraceno – dalla forma di alcune abitazioni modellate come le fortificazioni di avvistamento contro i pirati saraceni disseminate nel Sud della penisola –, dove fino a venti-venticinque anni fa dimoravano le famiglie dei militari della Nato di Napoli, ma che poi, con il trasferimento della base a Gricignano d’Aversa, hanno spostato anche la loro residenza liberando le case, nel volgere di pochi anni prese di mira da famiglie di indigenti in cerca di un riparo e che ora stanno lì non pagando nulla di nulla. Ma presto o tardi dovranno sloggiare, quando le istituzioni si decideranno a costruirvi un porto, del quale per il momento non si vede traccia mentre tutto va in malora.

Luogo che la cinematografia italiana non ha rinunciato a mostrare, il Villaggio Coppola. Le sue torri, demolite nel 2004, hanno fatto da scenario a Boxer e Pisellino in una delle narrazioni parallele di Gomorra e alla storia sordida dell’Imbalsamatore Peppino Profeta.

Il quarantenne Romano Montesarchio, autore della pellicola rimettendoci di tasca sua finché dopo diverso tempo non sono intervenute la Figli del Bronx prima e successivamente Rai Cinema e Minerva, va più a fondo, monta le sue telecamere all’interno del Parco Saraceno, dove ancora nessuno si era addentrato, e riprende la vita dei suoi abitanti, dà loro voce. I ritratti che danno nome al documentario sono in effetti degli autoritratti, poiché gli abusivi dicono di sé stessi, mettendosi in scena come gli attori non professionisti di neorealistica memoria. Un pezzo del Corriere della Sera di Paolo Cervone riporta alcuni estratti di queste voci.

I loro nomi li conosceremo solo alla fine, nei titoli di coda, dove ce ne verranno presentati anche gli appellativi, che per non indulgere al folclorismo qui non riporteremo, interessandoci molto di più dire che il veder nominati solo a proiezione ultimata i protagonisti funziona quasi come una catarsi a scoppio ritardato e in sordina dopo i fuochi pirotecnici mostrati poche sequenze prima, giochi di luce ai quali sopravvive la cenere in cui talora si riduce la speranza.

Montesarchio, e ci pare un merito, raffigura queste persone con un occhio né troppo ravvicinato né troppo distante, riuscendo a non sconfinare né nel grottesco né nell’iperrealistico, individuando una misura equilibrata della sua narrazione attraverso le immagini che la costituiscono, dove oggetti, suppellettili, superfici, spazi interni ed esterni non sono mai persi di vista, ma mai ostentati come fossero osceni. Funziona in questi Ritratti il ritrovarli veri al di là dei discorsi da loro svolti cercando volta per volta giustificazioni, speranze, motivi per andare avanti.

Pochi perciò i rilievi da fare sul piano tecnico: la sceneggiatura è stata scritta dal regista insieme a Vincenzo Ammaliato, corrispondente da Castel Volturno per il quotidiano napoletano Il Mattino; sul montaggio ha messo le mani, almeno all’inizio, un monumento del cinema italiano come Roberto Perpignani; ai commenti sonori, tutti ruotanti intorno a un giro di chitarra di picaresca sapidità, ha lavorato un musicista esperto e sapiente come Massimiliano Gaudio.

A margine di tutto questo solo alcune osservazioni. La prima è che purtroppo oggi in Italia, nonostante le inchieste della tv pubblica con “Presa diretta”, “Report”, “Crash”, non esiste un dibattito che voli più alto dello scandalismo e del pietismo, benché al regista per sua stessa esplicita affermazione interessi “il racconto di un’umanità, non dell’ennesimo scandalo italiano”, come riporta Stefano Stefanutto Rosa su Raicinema.it. Così, perciò, seconda osservazione, il tema dei sottoproletari come quelli del Parco Saraceno continuerà a essere oggetto di documentari, suscitando forse emozioni, ma senza andare oltre, senza chiedersi per esempio se rappresentino un punto dove si acuisce al massimo il confliggere tra le classi o, mutando quello di continuo, non sia altrove che si debbano cercare nuove immagini-limite, affare tanto per politici che per cineasti. Così come, terza osservazione, manca una cultura che distingua, in quella vecchia réclame e nelle forme realizzate, aspetti diversi di una medesima opera di speculazione edilizia imbellettata da stilemi triti dell’architettura novecentesca, adoperati in misura strettamente necessaria a invogliare gli acquirenti di case, una cultura che sappia dir chiaro che il disagio sociale e il degrado non sono colpa dell’architettura moderna e del razionalismo. Infine, l’autoracconto: se al regista queste persone pur vivendo con quasi nulla appaiono felici, e così ce le restituisce dopo averle riprese, ci chiediamo come sarebbe stato il film se avessero raccontato anche come facciano a procurarsi di che vivere, a quali espedienti ed eventuali crimini piccoli o grandi sia loro necessario ricorrere: ma forse – lo diciamo senza sapere quali rinunce siano state compiute in sede di montaggio – proprio questo non sarebbero state disposte a dire di sé. Ci pare un confine non esplorato, ritenendo Montesarchio ben capace di controllare il proprio registro espressivo compiendo descrizioni a tutto tondo tali da suscitare reazioni emotive non moralistiche.

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